Affermatosi nel significato
attuale nel corso del Settecento, il termine “capolavoro” conosce
la sua massima fortuna quando l’arte si distacca dal culto, appunto
nell’epoca dei “lumi”, e le opere d’arte sono misurate dai
nuovi criteri del “gusto”. Scorgiamo qui un paradosso. Il
requisito settecentesco della “squisita fattura” può bastare
perché un’opera sia rubricabile come “capolavoro”?
A
caratterizzare il “capolavoro”, in origine, non sono questioni
riduttivamente estetiche ma la più ampia rilevanza pubblica:
“capolavoro” è quell’opera d’arte, insigne, bella e insieme
eloquente, in cui tutta una comunità si riconosce. Se l’arte
diviene semplice articolazione del “gusto” di pochi potrà mai,
seducente o dilettevole quanto si vuole, ambire al rango di
“capolavoro”?
La
categoria storica della “crisi” si associa così strettamente
alla fortuna del termine “capolavoro”: perché tanto più
impaziente l’attesa del “capolavoro” quanto più forte la
percezione della crisi della pittura di storia e di religione.
L’artista moderno, ci si chiede, sarà in grado di creare
“capolavori” pronti a sfidare il Tempo, come i suoi Mentori e
Predecessori? O invece le immagini non sono che manufatti di lusso
destinati all’irrilevanza, trascorsa la breve stagione della
notorietà?
“Capolavori” o (più banalmente) merci destinate
al raffinato consumo individuale?
Stagione: Autunno 2026
Data: 1 ottobre 2026
Durata: 55 min
Lingua: italiano