Secondo quali criteri, canoni, mode, equivoci si arriva e si è arrivati nei secoli a definire nei vari ambiti artistici, architettonici, artigianali che cosa sia “il capo d’opera”? Lo raccontano i dieci relatori invitati alla stagione autunnale 2026 delle Brevissime, partendo con Luca Pietromarchi e una riflessione su Le chef d’oeuvre inconnu di Balzac. Con Crisi, la lezione che si terrà a Palazzo Corsini durante la Biennale dell’Antiquariato, Michele Dantini analizza la trasformazione del concetto di “capolavoro”, esaminando le sfide che, nei secoli, gli artisti hanno affrontato per creare opere capaci di durare nel tempo. L’archeologo Mario Iozzo ci racconta del Rex Vasorum, ovvero il Vaso Francois, caposaldo dell’artigianato artistico greco del VI secolo a.C., mentre Aldo Galli, partendo dalla pala con il Martirio di san Sebastiano della National Gallery, ci propone un’analisi esemplare sulla transitorietà della nozione di capolavoro. Cecilia Hurley ripercorre la storia delle “masterpiece rooms” dei musei europei, che presero a modello la Tribuna degli Uffizi, e dell’impatto che queste ebbero sulla museologia del XIX secolo. Luca Mattedi confronta i canoni artistici odierni con quelli del Rinascimento, mostrando come la straordinarietà di un’opera venisse misurata con una sensibilità molto diversa da quella attuale. Roberto Dulio racconta delle turbolenze e i malintesi che hanno segnato la storia di un capolavoro dell’architettura del Novecento italiano, la stazione di Firenze di Giovanni Michelucci. Attraverso la storia dei celebri Album Strozzi di Leone Strozzi, Silvia Davoli e Adriano Aymonino, in una conversazione a due, ci mostrano cosa un collezionista del primo Settecento intendesse per “capolavoro”. La stagione si chiude con Hic sunt leones di Cloe Piccoli, dedicata al capolavoro nell’arte contemporanea, da Duchamp a Cattelan.
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Stagione Autunno 2026

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